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Long Live Play: Come i Videogiochi influiscono nella vita reale.

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“Chi sei tu per non essere grande? Tu, con l’immaginazione di un brillante bambino e i poteri di un antico Dio.
Chi sei tu per essere ordinario? Tu, che puoi riportare la vita o resuscitare i morti?
Chi sei tu per avere paura? Tu, che puoi essere Giudice e Giuria mentre controlli infinite vite.
Chi sei tu per essere schiavo del passato? Tu, che puoi viaggiare nel tempo come fosse un oceano o riscrivere la storia con una singola parola?
Chi sei tu per rimanere anonimo? Tu, il cui nome viene acclamato in grande maniera o attraverso dei sussurri pieni di paura.
E chi sei tu per rifiutare la Grandezza? Se la rifiuti a te stesso, la rifiuterai al mondo intero.
E noi non vogliamo essere rifiutati”

Qualcuno si è mai soffermato davvero a pensare a quello che siamo stati, anche se davanti a uno schermo?
L’esperienza videoludica in questi tempi non si sofferma solo a un continuo superamento di livelli sempre più difficili, ma racchiude dentro di sè una storia di cui ogni giocatore diventa il protagonista.

Ora, per capire bene il mio prossimo ragionamento è necessario cercare di focalizzarsi su un altro piccolo dettaglio: la trama.
È ovvio che dobbiamo farci assorbire totalmente dalla trama, non solo “guidare” il nostro avatar in un universo di pixel, ma diventare quell’avatar. Entrare mente e corpo in quello che in fondo non è altro che una sorta di sogno lucido.

“Vorrei che in ogni conquista dell’uomo ci fosse da qualche parte il mio nome.
Vorrei essere stato quel giorno sulla luna.
Voglio provarci da solo.
Voglio altre lune da conquistare.
E non permetterò a nessuno di farlo al posto mio.
Perché ho energie e voglia di sognare.
Si chiama: Ricchezza mentale.”

Fermiamoci un attimo a pensare a tutto quello che abbiamo fatto all’interno della nostra esperienza videoludica: alcuni di noi sono diventati Campioni del Mondo, alcuni hanno fermato un’intera invasione aliena fucile alla mano, altri ancora hanno salvato la principessa tanto amata e riportato in auge il proprio regno, altri perchè no, sono diventati degli assi del cielo.
Questo non è successo nella realtà, è vero. Ma è successo. L’abbiamo fatto accadere noi, con l’impegno e la fatica, per portare a termine il compito che ci è stato affidato.
Sinceramente, vedo tutto questo come l’esempio del fatto che con la giusta dedizione si è in grado di arrivare dove si vuole, se si ha un obiettivo.
Il videogioco non è altro che l’esempio più lampante che ognuno può essere quello che vuole, può fare quello che vuole. Senza limiti.

Quel senso di appagamento, che proviamo quando concludiamo un titolo, deriva dalla gratificazione più superficiale di essere arrivati alla fine e, almeno nel mio caso, dall’aver completato quello che mi ero prefisso, che sia salvare il mondo dalla minaccia aliena o alzare tra le mani la coppa del Mondo.

Da quando l’esperienza si è evoluta anche con l’online, questo appagamento ha racchiuso anche fare parte di  una squadra. Ora non si tratta solo di vincere, ma di farlo insieme.
Piccolo esempio: se la trama ci convolge tanto 12177854_10206851595701533_1177443811_nda trasportarci all’interno di essa, non penseremo più a come completare il gioco (assieme ad un compagno) senza pensare alle conseguenze, ma cominceremo ad arrovellarci a come arrivare da un punto A ad un punto B senza farci ammazzare e, soprattutto, senza far ammazzare il nostro compagno. Il nostro amico.
Il nostro amico d’infanzia magari. Il nostro compagno di scuola. Il nostro collega al lavoro. Una persona che nella vita reale ci sta a cuore e che ora, in questa avventura, è schiacciata contro la nostra schiena dentro una trincea, con i proiettili che ci fischiano attorno. Oppure è il nostro compagno di squadra, che è a un soffio dal vincere il titolo e che solo grazie a noi sarà capace di arrivare in prima posizione.
È un processo mentale complesso, ma affascinante.
È un continuo sogno ad occhi aperti, a mente lucida e, anche se sotto forma di zero e di uno, un’esperienza unica ogni volta, che può anche avere un grande valore umano e affettivo.
È un videogioco, è vero. Nessuno si perde nulla. Ma perché sacrificarsi per un nostro amico, ad esempio? Potevamo tranquillamente fare restart e ripartire da capo senza conseguenze.
No.
Non è così che funziona, nella vita reale. In quell’ora che dedichiamo al gioco, è come se quello fosse la nostra vita reale. In un certo senso teniamo così tanto ai nostri amici che ci beccheremmo una pallottola in una gamba per loro, mentre combattiamo chissà quale alieno su chissà quale pianeta arido e sconosciuto.
È pur sempre amicizia, senso del dovere, compassione… Sentimenti reali, portati in un mondo irreale.

L’importante alla fine è tornare nel mondo reale.
Con la consapevolezza che, come abbiamo cambiato la vita di tante persone virtuali in quel videogioco, abbiamo la stessa forza per farlo anche qui, in real life.

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Autore

puggio

Bassista, Gamer, mangiatore di sushi professionista. Due volte campione del mondo di lancio della sveglia e di tiro alla fune (di liquirizia). Adoratore di Gundam e di Metal Gear come se non ci fosse un domani. Praticamente una scimmietta che batte le zampette sulla tastiera.

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